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Gestire il conflitto in famiglia con la Comunicazione Non Violenta

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Incuriosita dal tema della Comunicazione Non Violenta ed empatica tra le persone (vedi M.B. Rosemberg per approfondimenti), mi sono imbattuta quasi per caso in un breve e delizioso libro di cui vi consiglio vivamente la lettura: “Genitori a portata di cuore” di I. Kashtan.

Perché ve lo propongo e ve ne parlo? Innanzitutto perché è un libro breve, scorrevole e scritto in modo semplice e chiaro, anche per non addetti ai lavori. In secondo luogo, affianca a brevi riflessioni teoriche, numerosi esempi pratici tratti dalla vita quotidiana di un genitore con i propri figli e propone una serie di esercizi individuali per allenarsi appunto alla Comunicazione Non Violenta. Facendo questo, tocca uno dei temi più sensibili nel rapporto con i figli, il conflitto e la “distanza”, spesso origine di molte delle richieste di consultazione che mi arrivano nella pratica professionale. Infine, ma non in ordine di importanza, propone una visione della genitorialità che trovo davvero stimolante, ovvero quella di saper creare, proprio partendo dal conflitto e attraverso lo sviluppo della connessione “da cuore a cuore” con i nostri figli, un mondo più pacifico e rispettoso. Il conflitto genitori – figli è visto dunque non come un mostro da rifuggire ma come una grande opportunità di conoscenza e sintonizzazione reciproca!

Quali sono i concetti chiave che questo libro esprime e che personalmente ho trovato più interessanti? Eccone alcuni tra i tanti.

Il testo sostiene due idee fondamentali, già di per sé forse rivoluzionarie per alcuni di noi: 1) “in famiglia i bisogni di tutti sono importanti – quindi non solo quelli dei genitori e non solo quelli dei figli! – 2) se come genitori sappiamo creare una connessione emotiva con i nostri figli sufficientemente profonda, sapremo trovare strategie che funzionano per una convivenza “non violenta”.

Bene, come?

Prima di tutto secondo l’autrice occorre saper passare nelle relazioni familiari dall’esercitare il “potere sugli altri”, che spesso prevale nella gestione dei conflitti, al “

potere con gli altri”. Vediamo cosa significa. A tutti i genitori capita di voler far fare ai propri figli qualcosa che assolutamente non è nelle loro intenzioni (provate a pensare all’ultima volta che vi è successo!) e nella maggior parte dei casi quello che succede è che il genitore, prima o poi, “costringerà” il proprio figlio a fare ciò che vuole, utilizzando in modo più o meno diretto il suo potere – fisico, emotivo e pratico – per ottenere il proprio scopo (“potere sugli altri”). La Comunicazione non Violenta, così come anche altre posizioni psicologiche, ci dice che il “potere sugli altri” non funziona in modo efficace, soprattutto rispetto ai bisogni della famiglia nel lungo termine e ci invita invece a usare la nostra energia per provare ad ascoltare e soddisfare le esigenze di tutti (“potere con gli altri”).

Il punto di partenza diventa “Come genitore, quali voglio che siano le ragioni per cui mio figlio/a decida di fare ciò che gli chiedo?”. Nella versione “potere sugli altri” quello che succede è che il bambino si adatterà alla richiesta genitoriale per tutta una serie di motivazioni estrinseche, per esempio paura delle conseguenze, senso di colpa, vergogna o per ottenere una ricompensa, perdendo di vista il suo bisogno di partenza o, peggio ancora, pensando che i suoi bisogni non siano importanti. Ma l’obbedienza, ottenuta attraverso le promesse/le minacce ha sempre un prezzo, perché oltre a quanto già espresso prima, porta con sé anche rabbia e risentimento e allontanamento progressivo dall’agire secondo i nostri bisogni. Passando invece alla strategia del “potere con gli altri”, quello a cui un genitore mira nello scambio è la motivazione intrinseca del figlio, ovvero il desiderio di soddisfare con l’azione individuale i propri e altrui bisogni, operando delle scelte sulla base di questi due fattori e non in base alla logica premio/punizione. Quindi il bambino/figlio non farà più una determinata cosa perché teme per esempio la reazione negativa del genitore, ma perché è stimolato a comprendere, nel dialogo con il genitore stesso, il suo bisogno, il bisogno dell’altro e la possibilità, volendo, di trovare strade che diano valore alla posizione di tutti. E anche quando questo magari non avverrà, il solo atteggiamento di connessione emotiva con i bisogni dell’altro avviato dal genitore, darà un tono di fiducia e accettazione che “colorerà” in senso meno conflittuale anche le interazioni successive e che insegnerà all’altro come dare empatia, e come costruire relazioni in cui i bisogni di tutti contano. Questo avviene, citando il testo, “solo quando i bambini si sentono davvero connessi con se stessi e con gli altri, quando sentono di potersi fidare del fatto che per gli altri i loro bisogni sono importanti e quando sperimentano la libertà di poter scegliere se contribuire o meno a soddisfare i bisogni di un’altra persona oppure no”.

Bello, no? Ma come fare? L’autrice propone tre ingredienti di base, con tanto di esercizi e allenamenti: offrire empatia, condividere la propria esperienza interna come genitore e connettersi con se stessi attraverso l’auto-empatia, o come diremmo in AT, l’ascolto del nostro dialogo interno. Vediamole nel dettaglio.

Offrire empatia significa, nello scambio con i propri figli, cercare di capire i bisogni che stanno dietro il loro comportamento anche quando è contrario a ciò di cui avremmo necessità per soddisfare un nostro bisogno. Su questo tema, mi piace molto l’attenzione che l’autrice pone nel cercare il “si” che si nasconde dietro al “no” di nostro figlio: quale bisogno sta cercando di soddisfare con il suo comportamento, con il suo “No”, anche se questo non ci piace?

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Condividere la propria esperienza interna, significa esprimere chiaramente cosa, come genitore, proviamo rispetto ad un determinato comportamento di nostro figlio, come questo si connette o meno a un nostro bisogno, e quali pensiamo siano anche le necessità dell’altro in gioco nell’interazione, rispettandole. Man mano che il bambino farà esperienza di situazioni in cui l’adulto non lo obbliga a fare determinate cose, ma ne esplora e ascolta le esigenze, oltre che perseguire le proprie, svilupperà una maggiore capacità di tenere in considerazione i bisogni degli altri, senza dimenticare i propri, e di agire per soddisfarli in modo consapevole.

La condivisione della propria esperienza, nella logica della Comunicazione Non Violenta, prevede degli step definiti, che trovo utile tenere a mente per tutte le nostre relazioni. La sequenza può essere così sintetizzata:

(osservazione) Quando vedo/sento questo tuo comportamento …

(sensazione) Mi sento ……

(bisogno) perché ho bisogno di …..

(Susanna E Cerimonia Uomo Sposo MaestramiAtelier xtQhCdsrrichiesta all’altro) quindi saresti disposto a?

Come capirete necessita di una buona capacità di autoempatia – ovvero capacità di leggere cosa ci accade nella relazione con l’altro – e di una chiara comunicazione all’interlocutore, in cui il punto di partenza è la nostra realtà interna e non quello che fa/dice l’altro e il nostro giudizio/parere su questo.

Con l’osservazione, comprendiamo cosa sta succedendo, senza aggiungervi giudizi o interpretazioni (p.e. invece di “Dietro alla mia richiesta di andare via dalla festa, Maria sta facendo i capricci”, posso stare sui dati di fatto: “Maria è sdraiata sul pavimento , piange e scalcia”). Il secondo passo è capire “quale effetto ha su di me” la situazione, o in altre parole la sensazione che provoca in me (p.e. nell’esempio, mi sento manipolata, a disagio, giudicata dagli altri genitori, ecc.), connettendo poi questa sensazione a un bisogno (“perché ho bisogno di supporto, tranquillità, apprezzamento, ecc.”). Il passo successivo rappresenta la nostra richiesta, a cui l’altro potrà rispondere anche un “no” ma secondo un processo ben diverso rispetto al potere sugli altri e che potrà dare avvio ad una nuova sequenza di comunicazione “emotiva”.

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Apparentemente la proposta del testo sembra semplice, ma la realtà delle nostre relazioni sappiamo essere complessa. Cio’ nonostante attenzione a sé, all’altro, ed esercizio costante di consapevolezza di quello che avviene in noi e tra noi e i nostri figli, anche attraverso questa griglia di lettura, mi sembra un ottimo spunto di partenza e sperimentazione.

Prima di lasciarvi quindi alla lettura del testo e all’esercizio dei principi della Comunicazione Non Violenta in famiglia, chiudo con un messaggio finale tratto dal libro che mi piace condividere e ricordare/ricordarmi, anche come psicoterapeuta: “dietro ogni strategia, per quanto inefficace, tragica o inusuale per noi c’è il tentativo di soddisfare un bisogno. Nel ricercarlo la nostra attenzione si concentra dunque sull’essere umano che c’è dietro ad ogni azione. Quando scopriamo i bisogni che motivano il comportamento nostro e degli altri, non abbiamo più nemici. Possiamo vedere l’umanità in ogni persona, anche se troviamo il suo comportamento molto distante dal nostro”.

Con le nostre risorse di creatività sapremo poi trovare nuove strategie di incontro con l’altro, nell’idea che i nostri conflitti non nascono perché abbiamo una gamma di bisogni diversi ma perché abbiamo imparato nella nostra storia diverse strategie su come soddisfarli.

Buona ricerca allora!


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